Durante l’estate, lungo alcuni tratti della costa di Otranto, si può osservare una pratica curiosa: alcuni visitatori versano acqua direttamente sulla superficie della falesia e la frizionano con le mani, fino a trasformare lo strato superficiale della roccia o del sedimento in una sorta di fango. Il materiale così ottenuto viene poi spalmato sul viso e sul corpo.
A questo materiale viene spesso attribuito genericamente il nome di “argilla” e, in alcuni casi, vengono associate proprietà benefiche per la pelle.
Ma è davvero argilla?
E, soprattutto, abbiamo motivo di considerarlo un trattamento cosmetico?
C’è poi un’altra domanda, che riguarda non la nostra pelle ma quella della costa:
che effetto può avere questa pratica quando viene ripetuta da moltissime persone durante tutta la stagione turistica?
Per rispondere bisogna partire dalla geologia.
La costa di Otranto non è costituita da una sola roccia
La costa di Otranto è caratterizzata da una successione di rocce e sedimenti di origine marina, formatisi in epoche geologiche differenti.
Tra le unità geologiche presenti nell’area troviamo la Formazione di Uggiano La Chiesa, caratterizzata da diverse litologie, tra cui sabbie calcaree, calcareniti, calcareniti marnose, calcari bioclastici e livelli argillosi e marnosi.
Questo significa che una parete rocciosa può presentare strati con caratteristiche molto differenti.
Alcuni possono essere duri e resistenti.
Altri possono essere estremamente friabili.
Altri ancora possono disgregarsi facilmente quando vengono bagnati e strofinati.
Ed è proprio questa varietà che può generare confusione quando si definisce genericamente tutto ciò che si trasforma in una pasta come “argilla”.
Calcarenite, argilla e marna: tre cose diverse
Per comprendere il fenomeno è importante distinguere alcuni termini.
La calcarenite è una roccia sedimentaria costituita prevalentemente da granuli carbonatici, spesso di origine biologica. Può essere più o meno cementata e quindi avere una consistenza molto diversa.
Una calcarenite ben cementata può essere resistente e compatta.
Una calcarenite poco cementata, invece, può essere molto friabile e disgregarsi facilmente sotto l’azione dell’acqua e dello sfregamento.
L’argilla, invece, è caratterizzata dalla presenza di minerali argillosi e da particelle estremamente fini.
La marna rappresenta una situazione intermedia: è un materiale sedimentario nel quale sono presenti insieme una componente argillosa e una componente carbonatica.
Questa distinzione è fondamentale.
Una sostanza che diventa morbida e pastosa quando viene bagnata non è necessariamente argilla.
Perché alcuni strati della falesia diventano “fango”?
Quando l’acqua viene versata su un livello particolarmente friabile e questo viene strofinato con le mani, la roccia può perdere progressivamente la propria struttura.
I granuli e le particelle che la compongono vengono separati e dispersi nell’acqua.
Si forma così una sospensione densa, simile a un fango, che può essere facilmente raccolta con le mani e spalmata sulla pelle.
In questo caso sarebbe più corretto parlare di disgregazione del materiale piuttosto che di “scioglimento”.
La differenza è importante.
Quando diciamo che qualcosa si scioglie, immaginiamo che il materiale passi in soluzione.
Qui, invece, almeno in buona parte, quello che osserviamo può essere semplicemente la perdita di coesione della roccia e la dispersione delle sue particelle nell’acqua.
Ma allora è davvero argilla?
Non necessariamente.
La presenza di livelli argillosi e marnosi nella geologia dell’area è documentata, quindi è assolutamente possibile incontrare materiali con una componente argillosa importante.
Ma questo non significa che ogni strato che viene utilizzato dai visitatori sia argilla.
A seconda del punto della costa e dello strato interessato, il materiale può contenere proporzioni diverse di:
- minerali argillosi;
- carbonato di calcio;
- sabbia e silt;
- frammenti bioclastici;
- altri minerali.
Per stabilire con certezza la composizione di uno specifico materiale sarebbe necessaria un’analisi mineralogica, per esempio attraverso la diffrazione ai raggi X (XRD).
Senza un’analisi di questo tipo, chiamarlo semplicemente “argilla” è una semplificazione.
Il colore non basta per identificarla
Questo è particolarmente importante perché il materiale utilizzato dai visitatori non ha necessariamente sempre lo stesso colore.
Durante le osservazioni lungo la costa si possono incontrare livelli più chiari, biancastri, beige, ocra o verdastri.
Anche il colore di un materiale sedimentario può dipendere dalla sua composizione mineralogica, dalle impurità presenti e dalle condizioni di alterazione.
Per questo non è corretto parlare necessariamente di una specifica “argilla verde di Otranto”.
Il fenomeno riguarda più genericamente materiali friabili della falesia che, una volta bagnati e frizionati, possono essere trasformati in una pasta e utilizzati sulla pelle.
La stessa pratica è stata documentata anche in passato nella costa salentina e viene descritta in alcune fonti come utilizzo della cosiddetta “polvere di scoglio” o di materiali chiamati comunemente “argilla”.
Un piccolo esperimento: l’aceto
Un’osservazione interessante può essere fatta con un semplice test qualitativo.
Se una piccola quantità del materiale viene messa a contatto con un acido, ad esempio l’aceto, la presenza di carbonati può provocare una effervescenza.
La reazione è dovuta alla formazione di anidride carbonica.
Questo tipo di reazione è compatibile con la presenza di carbonato di calcio, generalmente sotto forma di calcite.
È interessante perché dimostra che un materiale che appare molto simile all’argilla può contenere anche una componente carbonatica.
Ma attenzione: il test con l’aceto non permette di stabilire quanto carbonato sia presente né quale sia la composizione complessiva del materiale.
E soprattutto non permette di distinguere da solo tra una marna, un sedimento argilloso-calcareo o un’altra litologia.
Per questo servirebbero analisi più precise.
Il carbonato di calcio è dannoso per la pelle?
Qui è importante evitare un’altra semplificazione.
No: la semplice presenza di carbonato di calcio non significa che il materiale sia pericoloso per la pelle.
Il carbonato di calcio è un minerale molto comune e alcuni sali carbonatici vengono utilizzati anche nei prodotti cosmetici quando opportunamente formulati e sottoposti alle necessarie valutazioni di sicurezza.
Il problema è diverso.
Quello che viene utilizzato dai visitatori non è carbonato di calcio puro né un prodotto cosmetico formulato.
È un materiale naturale la cui composizione può variare da uno strato all’altro.
Naturale non significa automaticamente cosmetico
È proprio qui che vale la pena fare una distinzione.
Un’argilla destinata alla produzione di cosmetici viene caratterizzata per aspetti come:
- composizione mineralogica;
- granulometria;
- composizione chimica;
- presenza di elementi in tracce;
- eventuali contaminanti;
- caratteristiche microbiologiche.
Il materiale raccolto direttamente da una falesia, invece, non è stato necessariamente caratterizzato per l’applicazione sulla pelle.
Non sappiamo quindi, semplicemente osservandolo:
- quali minerali contenga;
- in quale percentuale;
- quali elementi siano presenti in tracce;
- quale sia la dimensione delle particelle;
- quale sia il suo comportamento chimico sulla pelle;
- quale sia la sua qualità microbiologica.
Questo non significa che il materiale sia necessariamente dannoso.
Significa che non abbiamo basi sufficienti per considerarlo automaticamente un cosmetico sicuro o per attribuirgli proprietà benefiche.
E le proprietà benefiche?
È qui che bisogna essere ancora più prudenti.
Il fatto che dopo aver applicato il fango la pelle possa apparire temporaneamente più liscia, asciutta o tesa non dimostra che il materiale abbia proprietà terapeutiche o cosmetiche specifiche.
Non è sufficiente dire che “è naturale” o che “lo facevano gli abitanti del posto”.
Per affermare che un determinato materiale abbia proprietà:
- purificanti;
- antinfiammatorie;
- cicatrizzanti;
- antiacne;
- remineralizzanti;
- detox;
sarebbero necessari studi scientifici specifici sul materiale in questione.
Al momento, quindi, è molto più corretto parlare di una pratica popolare e spontanea che di un trattamento cosmetico scientificamente dimostrato.
Ma il problema non riguarda soltanto la pelle
C’è un’altra questione che merita attenzione.
La falesia.
Quando una persona versa acqua sulla parete e la friziona con le mani, non sta necessariamente portando via un pezzo di roccia.
Nella maggior parte dei casi il materiale viene disgregato direttamente sul posto.
Lo strato superficiale viene trasformato in una sospensione fangosa che viene poi spalmata sulla pelle.
Una parte del materiale può quindi rimanere sulla persona, una parte può ricadere sulla parete o essere trascinata via dall’acqua.
Ma, in ogni caso, l’azione produce una disgregazione meccanica del materiale superficiale.
Una piccola azione, ripetuta migliaia di volte
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