Una piccola sorgente sulla costa di Otranto, tra muschi, capelvenere e carbonato di calcio, sembra raccontare lo stesso affascinante processo naturale della celebre Oasi Capelli di Venere di Casaletto Spartano.

La costa di Otranto è caratterizzata in gran parte da rocce calcarenitiche pleistoceniche. Le acque sotterranee che attraversano queste formazioni possono raggiungere la costa attraverso fratture, livelli permeabili e percorsi sotterranei, dando origine a numerose emergenze di acqua dolce.

Ma intorno ad alcune di queste sorgenti si osserva qualcosa di diverso dalla normale roccia della falesia.

Le superfici permanentemente umide sono ricoperte da vegetazione, muschi e felci. In alcuni punti compaiono incrostazioni e concrezioni molto porose, irregolari e ricche di cavità.

Il fenomeno non interessa necessariamente tutta la falesia e non tutte le superfici vegetate presentano lo stesso aspetto.

Ed è proprio questa variabilità a renderlo interessante.

In alcune zone la vegetazione sembra prevalere nettamente sul deposito minerale; in altre, invece, la superficie appare fortemente incrostata e mineralizzata.

In questi tratti l’acqua nel tempo ha costruito lentamente la parete stessa.

Qui, intorno alle sorgenti e lungo le superfici costantemente bagnate, l’acqua scorre attraverso il muschio e la vegetazione e, mentre filtra lentamente verso il basso, lascia dietro di sé il carbonato di calcio.

Il risultato è una superficie sorprendente: morbida, verde e apparentemente vegetale in alcuni punti, ma contemporaneamente mineralizzata e rocciosa in altri.

È un processo che ricorda da vicino quello della celebre Oasi Capelli di Venere di Casaletto Spartano, nel Cilento.

E allora viene spontaneo chiedersi:

e se anche qui, a Otranto, avessimo una piccola “Oasi Capelli di Venere”?

Come può l’acqua trasformarsi in roccia?

Il meccanismo di base è relativamente semplice.

L’acqua che attraversa il sottosuolo può arricchirsi di calcio e bicarbonato entrando in contatto con rocce carbonatiche.

Quando raggiunge la superficie, le condizioni chimiche cambiano. L’acqua può perdere parte della CO₂ e diventare così favorevole alla precipitazione del carbonato di calcio.

Il risultato è la deposizione di CaCO₃ sulle superfici con cui l’acqua entra in contatto.

È un fenomeno noto nelle cosiddette sorgenti pietrificanti, o limestone-precipitating springs: acque sorgive ricche di calcio e bicarbonato possono depositare carbonato di calcio a temperatura ambiente, rivestendo progressivamente le superfici.

Ma nelle sorgenti pietrificanti la componente minerale non è necessariamente indipendente dalla vita.

Muschi, alghe, microrganismi e altre piante possono infatti favorire la precipitazione del carbonato, sia offrendo superfici sulle quali i cristalli possono nucleare, sia modificando localmente le condizioni chimiche dell’acqua.

La letteratura sulle sorgenti carbonatiche riconosce proprio un ruolo importante di piante, muschi e microrganismi nella formazione dei depositi di CaCO₃.

Il confronto con l’Oasi Capelli di Venere di Casaletto Spartano

A Casaletto Spartano, in provincia di Salerno, si trova una delle più conosciute sorgenti pietrificanti dell’Italia meridionale: l’Oasi Capelli di Venere.

Lì il fenomeno è documentato e ben visibile, l’acqua ricca di calcio scorre attraverso una parete ricoperta di vegetazione e muschi, depositando carbonato di calcio e contribuendo alla formazione del travertino.

L’acqua, attraversando il muschio, viene in qualche modo “filtrata” dalla vegetazione e il calcare si deposita progressivamente. Il muschio viene quindi progressivamente incrostato e mineralizzato, mentre la parte viva continua a crescere.

La somiglianza è sorprendente.

Anche a Otranto troviamo:

  • una sorgente di acqua dolce;
  • una parete costantemente umida;
  • abbondante muschio e vegetazione;
  • capelvenere;
  • carbonato che si deposita sulla vegetazione;
  • una superficie porosa e irregolare;
  • piccoli rivoli d’acqua che scendono dalla parete;
  • e una formazione carbonatica che sembra essere ancora in crescita.

Non significa che i due luoghi siano geologicamente identici.

Significa però che potrebbero condividere lo stesso tipo di processo naturale.

 

Perché si chiamano “Capelli di Venere”?

Il nome dell’oasi campana non nasce soltanto dalla forma dell’acqua che scorre dalla cascata.

Il Capelvenere (Adiantum capillus-veneris) è una felce caratteristica degli ambienti umidi e calcarei e cresce proprio sulle pareti dove l’acqua sgocciola e scorre continuamente.

Il nome dell’Oasi Capelli di Venere deriva infatti dalla presenza abbondante di questa felce.

E qui arriva una delle coincidenze più curiose di Otranto.

Anche sulla parete della nostra piccola sorgente crescono numerosi ciuffi di capelvenere.

La felce compare proprio dove l’acqua mantiene la roccia umida, insieme a muschi e ad altre piante che contribuiscono a creare una parete verde e quasi verticale.

Non è una coincidenza puramente estetica.

Il Adiantum capillus-veneris è infatti associato in Italia a pareti calcaree umide, stillicidiose e alle sorgenti pietrificanti. Le comunità vegetali dominate dal capelvenere e ricche di briofite possono contribuire alla formazione di travertino.

 

Una “Oasi Capelli di Venere” nel Salento?

Naturalmente non possiamo ancora affermare scientificamente che quella di Otranto sia una vera e propria formazione travertinosa identica a quella di Casaletto Spartano.

Per farlo sarebbe necessario uno studio mineralogico e idrogeochimico della formazione e dell’acqua sorgiva.

Ma l’osservazione sul campo è interessante.

E lo è ancora di più perché non stiamo osservando una semplice crosta calcarea ormai fossilizzata.

La formazione appare ancora attiva.

L’acqua continua a scorrere.

Il muschio continua a crescere.

Il carbonato continua a depositarsi.

E la parete sembra quindi trovarsi in uno stato di continua trasformazione.

È lo stesso principio che il sito ufficiale di Casaletto Spartano descrive come una “cascata viva”: mentre il muschio viene progressivamente mineralizzato, nuova vegetazione cresce sulla superficie e il processo continua.

Per questo, in attesa di uno studio specifico, trovo più corretto parlare di:

formazione carbonatica attiva, potenzialmente assimilabile a un deposito di tufo calcareo/travertino associato a una sorgente pietrificante.

E forse, in modo meno scientifico ma decisamente più evocativo, possiamo chiamarla:

i Capelli di Venere di Otranto.

Non perché questo sia il suo nome ufficiale — non lo è — ma perché il luogo presenta quella stessa sorprendente combinazione di acqua, carbonato, muschio e capelvenere che ha reso famosa l’oasi campana.

 

Due luoghi lontani, un fenomeno sorprendentemente simile

Il confronto diventa ancora più interessante osservando la differenza di scala.

A Casaletto Spartano il fenomeno ha raggiunto dimensioni notevoli e ha costruito nel tempo vere strutture di travertino sulle quali l’acqua forma cascate e vasche naturali. Il sito è riconosciuto come ambiente di particolare interesse naturalistico e le sorgenti pietrificanti sono considerate habitat prioritari.

A Otranto abbiamo invece un piccolo sistema nascosto nella falesia.

Ma il principio potrebbe essere simile:

acqua → calcio → muschio → precipitazione del carbonato → nuova superficie → altra vegetazione → nuovo deposito.

Una piccola macchina naturale che lavora lentamente, giorno dopo giorno.

E forse è proprio questo l’aspetto più bello.

Quando guardiamo quella parete da lontano vediamo una cascata, del muschio e delle felci.

Guardandola più attentamente, possiamo invece leggere una storia geologica che sta ancora accadendo sotto i nostri occhi.

 

L’acqua che costruisce lentamente la falesia

Siamo abituati a pensare all’acqua come a una delle principali forze che consumano la roccia.

L’acqua piovana erode.

I torrenti scavano.

Il mare disgrega le falesie.

Ma in particolari condizioni l’acqua può fare anche il contrario.

Può depositare minerali e costruire nuova roccia.

A Otranto questo processo sembra essere osservabile, almeno in alcuni punti, su una scala piccolissima.

Un filo d’acqua scende dalla parete.

La vegetazione lo trattiene.

Il carbonato si deposita.

La superficie cambia.

Nuova vegetazione colonizza il deposito.

E il processo ricomincia.

 

 

ROCA VECCHIA

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